Lorenzo Zelaschi
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Monaci tibetani – Tuniche rosso scarlatto e muschio millenario

Tuniche rosso scarlatto si muovono tra le rovine di antichi templi incrostate di muschio millenario, ondeggiando come papaveri nell’aria di primavera.
In questi monasteri, sperduti nelle antiche valli dell’Himalaya – e lontane dal resto del mondo come satelliti dal proprio pianeta d’origine – risuonano i mantra che echeggiano fino alle antiche fondamenta della terra, diffondendo la loro preghiera sotto forma di vibrazione,che benedice tutto ciò che questa sacra palpitazione pervade ovunque nel vasto mondo.

Per chi non lo sapesse, l’Himalaya è un imponente sistema montuoso che affonda le sue radici – politicamente – tra Pakistan, India, Cina, Nepal e Bhutan; con le sue numerose cime oltre i 6000 metri, e alcune superiori agli 8000, è il più elevato della Terra, sviluppandosi per 2400 chilometri, con una larghezza media di 200-250 chilometri.
È in questi luoghi ancora ammantati da un’aura di selvaggia purezza che la maggior parte dei monaci tibetani vive, trascorrendo probabilmente tutta la loro esistenza – a meno che non abbandonino il celibato o si spostino in un altro monastero – in un tempio incastonato in questi remoti angoli di mondo, dove le giornate sono ancora scandite da un ritmo derivante da una profonda comunione con la natura ela dimensione dello spirito.
Il gong delle quattro del mattino squarcia la notte come una bronzea risata,e la sua onda acustica richiama le coscienze dei dormienti dai sogni; così la giornata dei monaci ha inizio.
Una meditazione di un paio d’ore segue il risveglio, generalmente recitando anche dei sutra, mentre il sonno accompagna ancora il resto del mondo.

All’incirca attorno alle sei e trenta – anche se questi orari possono variare da monastero a monastero – si fa colazione. I pasti preparati sono vegetariani e seguono una dieta che si può definire dissociata – ovvero, con un solo alimento a pasto – poiché mescolare i nutrienti appesantisce, rendendo l’assimilazione del cibo più difficile. Forse è inutile specificare che in questi remoti angolini di mondo si mangia solamente frutta e verdura di stagione, in quanto non si trovano supermercati o negozi nei loro paraggi e gli alimenti di cui ci si vuole nutrire devono quindi essere coltivati.
Per i monaci tibetani una sana alimentazione è fondamentale e ruota attorno a specifici concetti di equilibrio ed armonia con la natura. Per questo motivonutrono molto interesse versole differenti fasi di preparazione degli alimenti, partendo dalla coltivazione stessa. Quest’atto di cura aumenta la consapevolezza del cibo di cui ci si nutre. Durante il momento del pasto i monaci mangiano lentamente e spesso in silenzio, dando molta importanza anche alla masticazione, che deve essere lenta e curata.

Oltre a ciò, quello che credo sia importante comprendere del loro modus vivendi è che, pur trascorrendo la vita in quest’atmosfera pacifica e di certo poco stressante, la giornata dei monaci è tutt’altro che vuota, anzi!reca in se stessa ritmi scanditi ed intensi.
Per quanto riguarda gli adulti, le ore del dì spese meditando in silenzio, recitando mantra esutra, studiando le sacre scritture, o svolgendo addestramenti di altro tipo, sono paragonabili all’incirca ad una nostra giornata lavorativa; poi, ovviamente, è necessario usare del tempo per i lavori di pulizia e manutenzione del monastero stesso, per la coltivazione e preparazione del cibo. Credo che questi lavori siano attuati attraverso turni che avvengono a rotazione.
Inoltre, è anche molto importante capire che il lavoro meditativo e quello manuale sono nodi fondamentali nella vita dei monasteri (e non solo), in quanto un atto aiuta l’altro.
Per ciò che concerne i più piccoli – quei funghetti rossi dagli occhi allungati, il cui animo è così profondamente intriso di dolcezza e pazzia – credo che i loro orari siano più rilassati e trascorrano buona parte della giornata nelle aule scolastiche del monastero, oppure speso giocando o approcciandosi alla meditazione.
Le giornate ad ogni modo terminano presto, data l’imminente sveglia mattutina, e le luci sono spente non più tardi delle dieci di sera.

Da ciò che ho avuto modo di osservare, il rapporto dei monaci con la popolazione è pervaso da un profondo rispetto, proveniente da entrambe le parti; in quanto, in queste zone del pianeta, codesto strato sociale possiede ancora un manto di profonda sacralità, valore e importanza che sta andando perduto – o forse si è solamente attenuato – se pensiamo alla relazionepiù distaccata che noi persone occidentali abbiamo con gli esponenti del nostro credo religioso.

Illuminati dalla luce soffice e tremolante delle lampade al burro e circondati dall’oscurità, i panneggi delle vesti dei monaci si muovono come petali che aspettano di essere dischiusi dalle luci dell’alba, fluttuando in una dimensione di quiete che sembra sia stata privata del concetto di tempo.
Infine giunge l’oro delle statue dei Buddha, che rifulgendo come il sole del mattino, dissolve ogni ombra notturna.

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