Lorenzo Zelaschi
Photography

Category: Journal

Recco – Un grande balcone sul vuoto dell’aria

“E così anche adesso se mi chiedono che forma ha il mondo […] devo rispondere che il mondo è disposto su tanti balconi che irregolarmente s’affacciano su un unico grande balcone che s’apre sul vuoto dell’aria, sul davanzale che è la breve striscia del mare contro il grandissimo cielo, e a quel parapetto ancora s’affaccia il vero me stesso all’interno di me[…]forme del mondo
deducibili da quei primi strapiombi e declivi, da quel mondo di linee spezzate ed oblique tra cui l’orizzonte è l’unica retta continua […]”.

È con queste parole evocative che Italo Calvino descrisse le terre liguri e la visione dell’azzurro cielo che si poggia delicatamente contro il blu mare, fino a combaciare perfettamente; noi ora, con una visione a volo d’uccello e recando nella memoria le sensazioni richiamate dalla sua descrizione, ci avventuriamo in planata verso Genova, virando ad est di soli venti chilometri, verso una cittadina che un tempo – in lingua latina – veniva chiamata Ricina o Recina, situata tra gli abitati di Sori e Camogli, in una piccola insenatura del Golfo Paradiso e ad ovest del promontorio del monte di Portofino: la città di Recco.

Furono gli antichi Romani, quando giunsero in questa zona, a scoprire la località che – all’epoca- era abitata dalla tribù dei Casmoriti. Affascinati da questi luoghi, splendidamente adagiati sul mare con la grazia di un velo di seta posato su un corpo di donna, e inebriati dagli aromi che, dalle masse d’acqua del Mediterraneo, giungono insieme ai raggi di sole sulle ali del vento marino, decisero di fondare un borgo che iniziò presto a popolarsi di splendidi velieri e galee; la cittadina divenne così una delle zone più amate del Levante ligure.

Mentre i secoli si dispiegavano come ali di gabbiano lungo l’invisibile cortina del tempo,la collaborazione con Poseidone, dovuta alla stretta convivenza con il mare, si fece sempre più sinergica, e i recchelini divennero abili costruttori nel settore marinaro, particolarmente nella costruzione d’imbarcazioni disfaccettate tipologie per la Repubblica Genovese.

Ad oggi, la città di Recco è considerata la capitale gastronomica della Liguria, e lo divenne proprio nel 1557 e nel 1646.
Successe che, per via delle incursioni di pirati saraceni, la popolazione dovette rifugiarsi sulle alture attorno alla città, dove fu costretta a sopravvivere provvista semplicemente di pochi approvvigionamenti, come olio, farina e formaggio.Allora mise in opera mani, mente e cuore, cuocendo i modesti ingredienti su una semplice pietra d’ardesia; quest’ultima, a sua volta, era riscaldata dalle fiamme creative che avvampano là dove si fondono necessità e genio, dando vita alla pietanza che ha reso famosa questa città in tutto il mondo. Nacquecosì La Focaccia col Formaggio. Questa prelibatezza gastronomica, inoltre, è stata inserita nel registro delle eccellenze alimentari europee con l’I.G.P., sigla che significa indicazione geografica protetta.

Tuttavia, solamente intorno al concludersi del XIX secolo si iniziò a servire questa specialità in alcune trattorie sorte nel borgo. La prima fu Manuelina, divenuta poi il celeberrimo ristorante che ha appena celebrato i centoventicinque anni di vita.Quest’attività, nel campo della ristorazione da più di un secolo, sceglie materie prime in modo scrupoloso e unicamente a chilometro zero, cercando di proporre ricette che valorizzino i prodotti locali e che seguano il ritmo naturale delle stagioni. Quest’approccio sensibile, radicato al territorio e alla terra stessa, non è una novità, ma una via tracciata dagli albori, e che ancora oggi viene perseguita con lo stesso amore di un tempo: […] nella cernita delle foglie del nostro basilico ci sono i nostri nonni, c’è il profumo degli ulivi e del mare, c’è la nostra terra e c’è la nostra più longeva passione […].www.manuelina.it

L’atmosfera che, nel presente,si respira per le strad ee nelle numerose calette, è una miscellanea di quiete e bellezza;l’aria è ovunque intrisa dell’inebriante profumo di salsedine che si insinua nelle narici con la stessa decisione delle Sulidae quando, per pescare, si gettano – becco rivolto verso il basso – in mare, verso la preda. E, ovunque si guardi, ci sono i segni di una vita a stretto contatto con le acque salate: boe, reti da pesca, ancore, residui di sale sui volti della brava gente in città, come pure sull’arredamento urbano, e poi barche vecchie e barche nuove, e le briciole erose dal tempo, e masticate dalla ruggine, di qualche relitto in decomposizione sotto il sole dei decenni.

 

Monaci tibetani – Tuniche rosso scarlatto e muschio millenario

Tuniche rosso scarlatto si muovono tra le rovine di antichi templi incrostate di muschio millenario, ondeggiando come papaveri nell’aria di primavera.
In questi monasteri, sperduti nelle antiche valli dell’Himalaya – e lontane dal resto del mondo come satelliti dal proprio pianeta d’origine – risuonano i mantra che echeggiano fino alle antiche fondamenta della terra, diffondendo la loro preghiera sotto forma di vibrazione,che benedice tutto ciò che questa sacra palpitazione pervade ovunque nel vasto mondo.

Per chi non lo sapesse, l’Himalaya è un imponente sistema montuoso che affonda le sue radici – politicamente – tra Pakistan, India, Cina, Nepal e Bhutan; con le sue numerose cime oltre i 6000 metri, e alcune superiori agli 8000, è il più elevato della Terra, sviluppandosi per 2400 chilometri, con una larghezza media di 200-250 chilometri.
È in questi luoghi ancora ammantati da un’aura di selvaggia purezza che la maggior parte dei monaci tibetani vive, trascorrendo probabilmente tutta la loro esistenza – a meno che non abbandonino il celibato o si spostino in un altro monastero – in un tempio incastonato in questi remoti angoli di mondo, dove le giornate sono ancora scandite da un ritmo derivante da una profonda comunione con la natura ela dimensione dello spirito.
Il gong delle quattro del mattino squarcia la notte come una bronzea risata,e la sua onda acustica richiama le coscienze dei dormienti dai sogni; così la giornata dei monaci ha inizio.
Una meditazione di un paio d’ore segue il risveglio, generalmente recitando anche dei sutra, mentre il sonno accompagna ancora il resto del mondo.

All’incirca attorno alle sei e trenta – anche se questi orari possono variare da monastero a monastero – si fa colazione. I pasti preparati sono vegetariani e seguono una dieta che si può definire dissociata – ovvero, con un solo alimento a pasto – poiché mescolare i nutrienti appesantisce, rendendo l’assimilazione del cibo più difficile. Forse è inutile specificare che in questi remoti angolini di mondo si mangia solamente frutta e verdura di stagione, in quanto non si trovano supermercati o negozi nei loro paraggi e gli alimenti di cui ci si vuole nutrire devono quindi essere coltivati.
Per i monaci tibetani una sana alimentazione è fondamentale e ruota attorno a specifici concetti di equilibrio ed armonia con la natura. Per questo motivonutrono molto interesse versole differenti fasi di preparazione degli alimenti, partendo dalla coltivazione stessa. Quest’atto di cura aumenta la consapevolezza del cibo di cui ci si nutre. Durante il momento del pasto i monaci mangiano lentamente e spesso in silenzio, dando molta importanza anche alla masticazione, che deve essere lenta e curata.

Oltre a ciò, quello che credo sia importante comprendere del loro modus vivendi è che, pur trascorrendo la vita in quest’atmosfera pacifica e di certo poco stressante, la giornata dei monaci è tutt’altro che vuota, anzi!reca in se stessa ritmi scanditi ed intensi.
Per quanto riguarda gli adulti, le ore del dì spese meditando in silenzio, recitando mantra esutra, studiando le sacre scritture, o svolgendo addestramenti di altro tipo, sono paragonabili all’incirca ad una nostra giornata lavorativa; poi, ovviamente, è necessario usare del tempo per i lavori di pulizia e manutenzione del monastero stesso, per la coltivazione e preparazione del cibo. Credo che questi lavori siano attuati attraverso turni che avvengono a rotazione.
Inoltre, è anche molto importante capire che il lavoro meditativo e quello manuale sono nodi fondamentali nella vita dei monasteri (e non solo), in quanto un atto aiuta l’altro.
Per ciò che concerne i più piccoli – quei funghetti rossi dagli occhi allungati, il cui animo è così profondamente intriso di dolcezza e pazzia – credo che i loro orari siano più rilassati e trascorrano buona parte della giornata nelle aule scolastiche del monastero, oppure speso giocando o approcciandosi alla meditazione.
Le giornate ad ogni modo terminano presto, data l’imminente sveglia mattutina, e le luci sono spente non più tardi delle dieci di sera.

Da ciò che ho avuto modo di osservare, il rapporto dei monaci con la popolazione è pervaso da un profondo rispetto, proveniente da entrambe le parti; in quanto, in queste zone del pianeta, codesto strato sociale possiede ancora un manto di profonda sacralità, valore e importanza che sta andando perduto – o forse si è solamente attenuato – se pensiamo alla relazionepiù distaccata che noi persone occidentali abbiamo con gli esponenti del nostro credo religioso.

Illuminati dalla luce soffice e tremolante delle lampade al burro e circondati dall’oscurità, i panneggi delle vesti dei monaci si muovono come petali che aspettano di essere dischiusi dalle luci dell’alba, fluttuando in una dimensione di quiete che sembra sia stata privata del concetto di tempo.
Infine giunge l’oro delle statue dei Buddha, che rifulgendo come il sole del mattino, dissolve ogni ombra notturna.

Returning the jungle to its original beauty

Jungle of Sauraha, Chitwan Park, Nepal – 22/03/2018

I am in the small town of Sauraha, in southernNepal: here a group of youngpeople, driven by high ideals, organizetrips to clean the jungle from waste; theypayeverything from theirownpockets and, in doing so, theyalso involve touristswhowant to join the experience.
I wasone of these, alternatingbetweenhelping out and takingphotographs.

Theseyoungpeopleseem to be “diamonds in the rough”, butI’msurethey are not the onlyones on the planetwho put theirpassion to the service of a greatergood.

A thoughtcomes to me:
is the world in whichwe live in, thatis, the society created by man, really so full of negativityalone and destined to self-destruction?Or do wefindourselves on top of a cusp, whereeach of usiscalledupon to make a choice, first of allwithinourselves?

Life or death? Forgivenessor resentment? Cooperation or antagonism?

There are no right or wronganswers – itisa free choicethateveryone must be able to make in theirown time – but, certainly, consequences and responsibilitieswillarise for ourselves and for thosewho come afterus, stemming from havingundertakenonedirection or the other.

Lorenzo Zelaschi – Sauraha, Chitwan Park, Nepal (28/03/2018)

 


 

RESTITUENDO GLI ALBORI ALLA GIUNGLA

Giungla di Sauraha, Chitwan Park, Nepal – 22/03/2018

Mi trovo nella piccola cittadina di SaurahaNepal meridionale – nell’area del Parco del Chitwan: qui un gruppo di ragazzi, mossi da alti ideali, spendono i loro giorni liberi organizzando delle uscite per pulire la giungla dai rifiuti; pagano tutto di tasca loro – benzina, guanti, sacchi ecc… – e, nel farlo, coinvolgono anche i turisti che vogliono unirsi all’esperienza.
Io sono stato uno di questi, alternando il dare una mano agli scatti fotografici.
L’ideatore di tutto ciò si chiama Maila Ghale, ragazzo nepalese di trentacinque anni, nato a Sauraha, padre di tre bambini di dodici, otto e tre anni.
La sua presa di coscienza inizia quando decide di recarsi a Raxaul, città dell’India situata nel distretto del Champaran Orientale, nello stato federato del Bihar, sul confine centro meridionale del Nepal.
“E’ stato orribile, mi sembrava di essere all’inferno; non mi era mai capitato di trovarmi in un posto tanto sporco in quanto a spazzatura.”
Tornato a casa, si rende conto di quanto sia fortunato a vivere nella sua rigogliosa città, circondata dalla giungla; ma, nonostante questo, gli pare che i rifiuti e la plastica abbandonati nella natura circostante le stiano facendo violenza; e tutto ciò lo fa sentire in colpa.
Si rivolge, quindi, a varie organizzazioni del posto il cui scopo è latutela dell’ambiente, e inizia a lavorare al progetto. “Qualunque cosa succederà in futuro andrà bene, la cosa importante è darsi da fare adesso.” disse all’epoca a se stesso.

Il suo parere è che: “Se non iniziamo a fare tutto questo oggi, non ci sarà un domani ad attenderci.”

Partiamo, alle sette e mezzo della mattina, su uno dei veicoli utilizzati dai turisti per andare nella foresta – pick up sul quale, nella parte posteriore, sono stati posizionati numerosi seggiolini – con il vento nei capelli e l’entusiasmo a scolpire i muscoli facciali.

L’area, in cui andremo a raccogliere più spazzatura possibile, è quella in cui scorre il Rapti River che, circa tre chilometri e mezzo più a valle, fiancheggia la città.

La luce soffusa della mattina, combinata con l’umidità notturna del suolo, per via dell’aumento della temperatura muta in una leggerissima foschia; come se volesse sfiorare l’erba, coi suoi grigi lembi, per liberarla dal sonno.

I rifiuti, gettati più a monte, sono tanti. Sommersi nel letto del fiume e sulle rive adiacenti, nei periodi di piena durante la stagione delle piogge, straripano insieme all’acqua, incastrandosi tra la vegetazione circostante.

L’attrezzatura di cui disponiamo consiste in: guanti di lattice, sacchi di juta sintetica, strette e lunghe canoe da fiume – ricoperte da uno strato gommoso – per trasportare i sacchi pieni a valle, e anche un trattore, utilizzato per lo stesso scopo.

Il 70% dei rifiuti raccolti sono contenitori di plastica, il 20% è costituito da vecchi vestiti e il 10% da oggetti tra i più disparati.
La storia dell’uomo ha attraversato stadi evolutivi importanti riguardo all’utilizzo di materiali, tra cui: l’Età del bronzo, l’Età del rame, e l’Età del ferro; noi, ora, ci troviamo nel bel mezzo dell’ETA’ DELLA PLASTICA.
Attività come quella organizzata da Maila, sembrano essere ‘perle in un mare di catrame’, paragonate alle ondate di informazioni negative che costantemente i media propagano; ma io sono certo che questi ragazzi non sono gli unici sul pianeta a mettere la propria passione al servizio di un bene più grande.

Sorge perciò in me una riflessione:
il Mondo in cui viviamo e in cui spendiamo la nostra vita – non il pianeta o la natura, bensì la civiltà creata dall’uomo – è davvero così, nel momento presente, intrisa di sola negatività e destinata all’autodistruzione? O ci troviamo, piuttosto, nel bel mezzo di una lotta tra luce e tenebre, dove ognuno di noi – in questo particolare momento storico di poco successivo al millennio appena scoccato – è chiamato a compiere una scelta, prima di tutto dentro di Sé?
Vita oppure morte? Oscurità oppure luce? Perdono oppure risentimento? Cooperazione oppure antagonismo? Tolleranza oppure intransigenza? Armonia oppure caos? Amore per sé stessi oppure non-accettazione, e quindi insicurezza, paura e odio?
Non ci sono risposte giuste o sbagliate – si tratta di una libera scelta a cui chiunque deve poter arrivare coi propri tempi – ma, certamente, conseguenze e responsabilità da portare, verso noi stessi e chi verrà dopo di noi, derivanti dall’intraprendere l’una o l’altra direzione.

Lorenzo Zelaschi – Sauraha, Chitwan Park, Nepal (28/03/2018)

Bangkok, la città dei sorrisi sbocciati

Delle volte accade così, ti trovi lontano migliaia di chilometri, un luogo diverso sotto molteplici aspetti dalla tua realtà di provenienza, dove si parla, si mangia e si prega con una modalità differente dal tuo paese d’origine ma, nonostante ciò, quella – fino ad ora – ignota realtà comincia a scivolare sotto pelle per poi sfrecciare nelle arterie dirette al cuore, mentre tutte le cellule del corpo vibrano di allegrezza.

Già, certi luoghi sono così, e così è Bangkok; i suoi abitanti paiono assumere la pillola della felicità insieme alla prima porzione di riso della giornata, mentre sorrisi germogliano spontaneamente dalle labbra come fiori cordiali, irradiando le giornate di una luce affettuosa di cui vi mancherà il tepore non appena ve ne sarete andati.

Sapete, in tempi ormai remoti Bangkok era un piccolo villaggio portuale, chiamato Bang Makok, ove risiedeva una comunità di immigrati cinesi per commerciare con la città di Ayutthaya, che al tempo era la capitale del Siam. Negli anni Settanta la piccola provincia di Thonburi fu inglobata nell’area metropolitana della città, proprio come accade ad una goccia d’olio che lentamente cresce e cresce, fino a che i suoi confini, espandendosi,toccano quelli della goccia più vicina; appena ciò avviene sarà impossibile distinguere l’una dall’altra.

Oggi questo mastodonte urbano è la città più grande della Thailandia, nonché la sua capitale.
Situata lungo la traccia lasciata dal lento scivolare del fiume ChaoPhraya, Bangkokrisiede sull’ansa del Golfo della Thailandia ed è una delle città più popolate e dense di traffico del pianeta, ed uno degli obiettivi principe del turismo mondiale.

Il Chao Phraya è un imponente corso d’acqua,che attraversa la città disegnando il suo percorso con una pennellata che si adagia tra palafitte e grattacieli, e i cui flutti scorrono quieti come la mente di un monaco in preghiera;e il lieve sciabordio che si percepisce dalla riva risuona come un mantra antico quanto il rumore del mondo.
Questo fiume è ampio e navigabile, e insieme ai suoi compagni di viaggio giunti da nord – gli affluenti Nan e Ping- costituisce il bacino idrografico che comprende il centro ed il nord del Paese.

Il denso territorio urbano, dall’atmosfera più che mai verace, è irrorato da una fitta rete di capillari acquatici –i canali – che partendo dall’arteria primaria – sempre il fiume ChaoPhraya– s’inoltrano nelle aree più recondite della città.
Questa forte presenza d’acqua ha fatto sì che, a volte, Bangkok venga denominata La Venezia dell’Est.
Purtroppo, nella seconda metà del XX secolo, molti di questi canali sono stati coperti dal meno poetico e più cupo asfalto,per la costruzione di nuove strade; tuttavia, fortunatamente, si possono ancora vedere trasporti di merci e passeggeri, e alcune abitazioni galleggianti, fluttuanti sulla superficie dell’acqua come innocenti fiori di loto.

Bangkok è una città davvero eclettica, e l’enorme varietà di strutture disponibili fa sì che le tipologie di visitatori -turbinanti nelle aree urbane come gocce di pioggia sospinta dal vento monsonico – siano tra le più diverse tra loro:dal backpacker senza un soldo durante il suo anno sabbatico – molto probabilmente diretto a Khaosan Road -al manager di una grande azienda in viaggio d’affari, la cui destinazione sarà con altrettante probabilità il lungofiume.

La macchina del turismo è una delle principali fonti di ricchezza di questa megalopoli turbolenta, poiché oltre ad essere la tappa quasi obbligata per i visitatori diretti in altri luoghi del paese, a Bangkok si possono scoprire innumerevoli meraviglie, come se fossimo appena precipitati nella tana del Bianconigliodi Lewis Carroll (eccezion fatta, ovviamente, per il triste mercato del sesso che purtroppo impregna certi quartieri):meravigliosi edifici storici dalla sontuosa architettura appaiono come materia giunta sulle ali di mondi fantastici, mercati quasi senza fine che parrebbero città loro stessi e, in certi luoghi, una vita notturna a dir poco “frizzante” si rimescola girando su se stessa dai pilastri delle palafitte agli attici dei grattacieli, e una smisurata scelta di varietà gastronomiche, i cui fumi aromatici, danzando nell’aria, si attorcigliano ai neon delle insegne di China Town come sinuosi dragoni nella notte.
Bangkok è questo e molto molto altro, ma ancora una volta le mie esperienze in terre orientali sospingono verso di me la sensazione – come il vento dell’est che diffondendosi sui luoghi del mondo giunge verso ovest – di quanto realmente, ancora oggi, sia fraintesa la percezione di noi occidentali rispetto a una città come questa, non più pericolosa di Roma o Milano.
Città degli eccessi, sì, per certi versi forse è vero, tuttavia la sensazione di cui sono intriso maggiormente,e quella per la quale ho sviluppato un forte amore per la Thailandia, è legata ai suoi abitanti, alla loro indole pacifica e dispensatoria di sorrisi che non chiedono nulla in cambio, se non, giustamente, rispetto per i loro usi e costumi.
Il sorriso è la curva che fa andare tutto dritto, dice un detto, incredibilmente azzeccato, secondo me. Inoltre, questa contrazione muscolare piacevole alla vista, è un linguaggio universale con il quale si può riuscire a comunicare in modo assertivo anche negli angoli più remoti del mondo.
Difatti, qui a Bangkok, pur trovandomi in questa nuova e sterminata zona urbana, mi sono sentito sempre sicuro, permettendomi di girovagare senza meta, incontrando e fotografando gente del posto, anche in zone più periferiche.
Il punto sul quale desidero mettere l’accento, è l’attitudine innata delle popolazioni asiatiche ad avere un approccio non violento nella relazione con le altre persone, e una naturale capacità – anche da parte degli uomini – di essere in contatto col proprio lato più sensibile.
Tutto questo, anche nel tramestio, nel tumulto, nel guazzabuglio urbano, di forme e colori sempre in movimento che accompagna questa città, si percepisce, come ci si accorge della sfumatura nella voce di una madre che chiama sciocco suo figlio ma lo fa con affetto.

A Fragment of Ourselves in Every Face

I find myself in Nepal, with seven months of travelling behind me.
I think back on the time that has passed since I left Italy last September, and about what encompasses the act of travelling.

To travel is to observe and if we’re able, to embrace new ideas without judgment;
it is to look at a stranger and see a part of ourselves in his eyes;
to open up to the knowledge that – despite the infinite shades of colors, customs, and traditions – every human being loves, breathes, suffers, and yearns for happiness;
to leave of piece of ourselves in every place we visit and nevertheless, become richer and more complete with each passing day;
to understand that beauty resides in diversity;
to accept ourselves and the world as we are;
to love people we’ve never met and to be homesick for places we’ve never been;
to arrive at the profound understanding that the eyes of that person you crossed paths with on a street corner are unique and unrepeatable, eyes that will only ever exist once for all eternity;
It is to observe the splitting of colors and draw on the wisdom that the light from which they come is, and will always be, only one.
To travel means all of this.
There exists a moment in which you see within yourself, the audacity to adventure into the unknown and so you leave, cutting through the air with the wings that life intended for us.

 

Lorenzo Zelaschi–Pokhara, Nepal – 09/04/2018

Semplicità come purezza

Ci incanta quel che è semplice, immediato, quel che parla una lingua che non deriva dall’elucubrazione mentale, ma dall’intuizione.
Quel tipo di linguaggio così caro ai bambini e che gli viene così naturale; fa parte di loro. La semplice purezza, “è” il bambino; senza quella sarebbe solamente un essere umano di piccole dimensioni, privo di quelle caratteristiche capaci di incantare e farsi amare oltremisura. É quell’attitudine a guardare il mondo senza pregiudizi e sovrastrutture, che conservano ancora alcuni musicisti, mistici, artisti e poeti.

Mi trovo a Sauraha, piccola città nella zona sud del Nepal, nel parco naturale del Chitwan.

Sono al sesto mese di viaggio da quando lasciai l’Italia; e dopo il tempo trascorso in Nepal, e i precedenti cinque mesi in India, uno degli aspetti che custodirò maggiormente dentro di meè l’insegnamento alla purezza attraverso la semplicità.

In questa parte del mondo i bambini si divertono con niente, usano oggetti praticamente a costo zero, per intrattenersi, durante tutto il percorso diurno della nostra stella più amata.

In India, per esempio, gli acquiloni sono usatissimi – i cieli di Jaisalmer e Jodhpur ne sono costellati – sono come stelle comete e razzi spaziali, stagliati contro il firmamento color lapislazzuli, sfreccianti accanto ai muri delle architetture rajasthane color ocra e terra bruciata.

In una notte nepalese ho scorto bimbi giocare al tiro alla fune; altri tuffarsi nei fiumi per pescare con le mani piccoli pesciolini; altri ancora, colpendo con il bastone un piccolo pezzo di legno appoggiato in bilico su una pietra, lo facevano saltare in aria, cercando poi di colpirlo al volo.

Ciò che conta per divertirsi è la fantasia, ed essere capaci di “pensieri felici”, Peter Pan lo sapeva bene…

Uno degli elementi più importanti per Vivere davvero, a mio modo di vedere, è riuscire a scovare quel raffinato equilibrio tra maturazione e crescita, sempre mantenendo il contatto con quella semplice purezza; stella che tutti i bambini portano con sé.

Sauraha – serena come un fiume

Qui a Sauraha – una piccola cittadina del Chitwan Park, nel Nepal meridionale, famosa per le escursioni nella giungla – ci sono varie tipologie di luoghi addetti alla ristorazione, più o meno turistici; si può anche cenare in piccoli chioschi, aperti e gestiti dalla gente del luogo.

Bandiere di preghiera nepalesi, e ventilatori, sono appesi sotto i semplici tetti di paglia dei gazebo che compongono l’arredamento del locale. Con indifferenza stanno insieme a qualche luce colorata, che mi ricorda le decorazioni luminose utilizzate nelle fiere di paese negli Stati Uniti degli anni ’40. Miriadi di lampadine appese ad un filo, come astri dai mille colori, proprio accanto alla notte selvaggia.

Infatti, ad una distanza di qualche centinaio di metri, inizia la giungla, popolata da tigri, leopardi, rinoceronti, elefanti, coccodrilli, orsi neri e molti altri animali esotici.

Può darsi, a volte, che un rinoceronte si inoltri nel piccolo centro urbano, camminando con disinvoltura fra turisti e gente del posto, per farsi largo fino all’inizio di una piccola strada, che porta ai campi dove si trova il cibo a loro gradito; e, per quanto sia una visione insolita ed entusiasmante, bisogna stare bene attenti, perché si tratta pur sempre di un animale della giungla; spesso i rinoceronti prendono lo slancio con la loro robusta corporatura e iniziano a caricare!

Altre volte sono i maiali selvatici che possono creare problemi in città; può succedere che, durante la notte, si sentano le grida dei combattimenti tra loro e i cani randagi.

Ci sono alcuni ristoranti completamente all’aperto, in cui si può avvertire la vibrazione della musica prodotta dalle chitarre acustiche, dalle voci dei ragazzi del posto, oppure di una hit nepalese, emanata da un impianto stereo, che, per quanto sia commerciale, riflette la semplicità e il candore di questa popolazione, riempiendone l’aria.
Questi ristoranti hanno sedie e tavolini proprio a ridosso del corso d’acqua, che attraversa la città; e accanto, a meno di una ventina di metri, i coccodrilli e gli alligatori, per scaldarsi al tepore dei raggi solari, si fermano sulle sue sponde.

Nonostante i pericoli di cui sicuramente questo luogo abbonda, e la dicotomia tra “progresso”, turismo e vita primordiale, qui a Sauraha, la vita scorre semplice, naturale, selvaggia e serena… proprio come il fiume che la attraversa.

Restituire gli albori alla giungla

Giungla di Sauraha, Chitwan Park, Nepal – 22/03/2018

Mi trovo nella piccola cittadina di Sauraha, nel Nepal meridionale: qui un gruppo di ragazzi, mossi da alti ideali, organizzano delle uscite per pulire la giungla dai rifiuti; pagano tutto di tasca loro e, nel farlo, coinvolgono anche i turisti che vogliono unirsi all’esperienza.

Io sono stato uno di questi, alternando il dare una mano agli scatti fotografici.

Queste attività, sembrano essere ‘perle in un mare di catrame’, ma io sono certo che questi ragazzi non sono gli unici sul pianeta a mettere la propria passione al servizio di un bene più grande.

In me nasce una riflessione:

il Mondo in cui viviamo, cioè la società creata dall’uomo, è davvero cosìintriso di sola negatività e destinato all’autodistruzione?O ci troviamo, invece, in cima ad una cuspide, in cui ognuno di noi è chiamato a compiere una scelta, prima di tutto dentro di Sé?

Vita oppure morte? Perdono oppure risentimento? Cooperazione oppure antagonismo?

Non ci sono risposte giuste o sbagliate – si tratta di una libera scelta a cui chiunque deve poter arrivare coi propri tempi – ma, certamente, conseguenze e responsabilità da portare, verso noi stessi e chi verrà dopo di noi, derivanti dall’intraprendere l’una o l’altra direzione.

Lorenzo Zelaschi – Sauraha, Chitwan Park, Nepal (28/03/2018)

 

 

RETURNING THE JUNGLE TO ITS ORIGINAL BEAUTY

Jungle ofSauraha, Chitwan Park, Nepal – 22/03/2018

I am in the small town of Sauraha, in southernNepal: here a group of youngpeople, driven by high ideals, organizetrips to clean the jungle from waste; theypayeverything from theirownpockets and, in doing so, theyalso involve touristswhowant to join the experience.

I wasone of these, alternatingbetweenhelping out and takingphotographs.

Theseyoungpeopleseem to be “diamonds in the rough”, butI’msurethey are not the onlyones on the planetwho put theirpassion to the service of a greatergood.

A thoughtcomes to me:

is the world in whichwe live in, thatis, the society created by man, really so full of negativityalone and destined to self-destruction?Or do wefindourselves on top of a cusp, whereeach of usiscalledupon to make a choice, first of allwithinourselves?

Life or death? Forgivenessor resentment? Cooperation or antagonism?

There are no right or wronganswers – itisa free choicethateveryone must be able to make in theirown time – but, certainly, consequences and responsibilitieswillarise for ourselves and for thosewho come afterus, stemming from havingundertakenonedirection or the other.

Lorenzo Zelaschi – Sauraha, Chitwan Park, Nepal (28/03/2018)

Quando la bellezza è candore

Seducente Morgana dell’Est

E tu che ti avvolgi con capelli serpentini, color d’avorio bruciato,
attorno hai ali di orchidea e zampe di farfalla.
È sfumato lacca rosa e di un rosso evanescente il tuo sorriso,
dona il colore al fiore che porti.
E i tuoi occhi che brillano,
cantano con le ciglia il suono del lago danzante,
in cui sempre la luna s’ infrange.

Lorenzo Zelaschi – Pushkar, Rajashtan, India – 15/01/2018

Cos’è la Bellezza? E’ questa un attributo prettamente fisico? O si tratta, piuttosto, di un riflesso esteriore di qualità più profonde?

E’stato incantevole per me scoprire – e utilizzo questa parola col senso specifico che le appartiene, in quanto di “incanto”si tratta – che il seducente fascino delle donne indiane e nepalesi non dipende neanche per un pezzettino dal mostrare il proprio corpo – poiché le uniche superfici di epidermide che si intravedono, oltre al viso,sono spesso solo quelle di braccia e caviglie – bensì dalla femminilitàe dal candore che diffondono, somigliante alla fragranza del pane di un fornaio parigino al mattino presto.

A volte, par di camminare tra distese di fiori dalla pelle scura, tutti con colori differenti; isaari svolazzanti al vento del deserto come petali nell’aria di primavera.

Tali qualità sottili non possono far altro che stimolare la creatività e hanno contribuito a rivelare i versi sopracitati.

Curiosità: molte donne, in India e in Nepal, soprattutto nei villaggi rurali, imparano a trasportare grossi pesi poggiati sulla testa.
Per fare ciò, devono mantenere la schiena ed il collo dritti, con il mento ad angolo retto rispetto ad essi – altrimenti questa attività può essere veramente dannosa per la spina dorsale – compiendo un passo dopo l’altro,e portando leggermente avanti prima il bacino.

Esercizio diverso per finalità, ma, la cui tecnica è più o meno la stessa praticata dalle dame di corte di un tempo per migliorare il portamento, ponendo un libro sul capo.

Lumbini l’incantevole

La danza degli uccelli acquatici nelle campagne del Nepal

Lumbini – febbraio 2018
Sono i primi giorni di febbraio e mi trovo nella piccola ma accogliente città di Lumbini, che in nepalese significal’incantevole.
Siamonella pianura del Terai, a circa venti chilometri dal confine indianoche ho attraversato da poco, e a 250 km dalla capitale Kathmandu.
Il clima è decisamente più fresco rispetto alla patria di Gandhi, ma a parte i primi due o tre giorni in cui c’è stata parecchia nebbia e una temperatura tale da permettere al calore del fiato di vaporizzarsi anche dentro ad una stanza, ora il sole scalda la terra e lo spirito raggiungendo – nonostante sia l’inizio dell’anno – quasi lo zenita mezzodì, poiché anche il Nepal, come l’India, si trova ad una latitudine avanzata verso la linea dell’equatore; e non appena la nostra stella diurna fa capolino, dandoci il buongiorno, i suoi influssi elettromagnetici si dimostrano decisamente più vigorosi rispetto a quelli dell’Europa in questo periodo dell’anno.

Lumbini è patrimonio dell’Unesco dal 1997 principalmente perché luogo di nascita del principe Siddharta, divenuto poi, nel corso della vita, colui che si liberò dai condizionamenti terreni.La parola Buddhaè il participiopassato del sanscrito budh – prendere conoscenza, svegliarsi – significa, quindi, risvegliato.
Siddharta fu noto anche come Tathagata, colui che ha trovato la Verità.

Questa città è uno dei luoghi più sacri del Nepal ed è una delle quattro mete di pellegrinaggio più importanti per i buddhisti: questo sito rappresenta, appunto, la sua nascita,Bodhgaya è dove si è verificata la sua illuminazione, il luogo del suo primo discorso è Sarnath, e quello della sua morte è Kushinagar; si trovano tutti in India, eccetto Lumbini, e tutti questi eventi sono avvenuti a contatto con la natura e al di sotto degli alberi.

Nell’area sacra adiacente alla città, oltre al luogo di nascita dell’Illuminato, sorgono numerosi templi e monasteri costruiti da tutti gli stati buddhisti del pianeta. Tale area è stata messa a disposizione dallo stesso stato del Nepal.
Una cosa interessante è che ogni tempio è stato realizzato mantenendo i diversi stili architettonici delle diverse nazioni in cui viene praticato il buddismo. E’ possibile visitare l’area a piedi, in bicicletta, oppure in risciò.

Nell’unica main road della città si trovano una manciata di ristoranti, appena fuori da altrettante guest house; questa zona è battuta prevalentemente da turisti provenienti da tutto il mondo, che si danno il cambio passandosi il testimone per una breve esperienza, della durata di due o tre giorni al massimo, per poi subito ripartire alla volta diKathmandu o Pokhara; poiché Lumbini, è vero, a livello di attrattive tipicamente e superficialmente turistiche risulta un po’ povera, ma se si viene da un’esperienza indiana durata qualche mese, ci farà probabilmente piacere ritrovarsi immersi nella quiete rurale e nel silenzio sacro di cui questo luogo trabocca.

Appena fuori dal minuscolo nucleo cittadino, comincia un’area costituita principalmente da prati in fiore, zone campestri e piccoli agglomerati di case e baracche, più o meno accoglienti,costruite in legno o con materiali di recupero.

Quella è la vera Lumbini, la parte che non è stata ancora troppo intaccata dall’influenza del turismo, attività che è cresciuta molto nel corso degli ultimi anni.

Lì la vita è calma, quieta, di una semplicità e di una povertà disarmanti rispetto agli standard europei.

I prati fioriti che circondano i campi coltivati, le fattorie e le case private dei contadini, sono di un bel verde acceso, con fiori gialli dallo stelo lungo, che spuntano a testa alta ed orgogliosi dalla massa di erba sottostante;sono utilizzati per ricavarne la senape.
La pianta è chiamata Brassica juncea osenape bruna, detta anche senape cinese: è alta tra 1 e 2 metri, cresce nei campi e nei ruderati – generalmente nei luoghi umidi da 0 a 500 metri s.l.m, ed è originaria del Nordafrica, dell’India e dell’Asia centrale.I semi, che se ne ricavano,sono poi mescolati con acqua, aceto, succo di limone, vino – oppure altri liquidi – sale, e spesso diversi aromi e spezie, con l’intento di creare una pasta, o salsa, di colore variabile dal giallo brillante al marrone scuro, e con un sapore che spazia dal dolce al piccante; caratteristica peculiare di questi alimenti, come anche il rafano e il wasabi.

Questi prati meravigliosi sono intervallati da pozze d’acqua di dimensioni variabili, che in questa stagione riescono raramente a diventare qualcosa di più; appariranno molto differenti durante la stagione accompagnata dai monsoni.
Per ora,quando il calore del sole aumenta e lo stato liquido dell’acqua viene mutato in gas, questi timidi, piccoli specchi d’acqua, lasciano il posto a zone acquitrinose, che in alcuni casi diventano piccole paludi; e, come a volerne cingere il perimetro, sul confine di queste zone acquose troviamo la pianta chiamata Typha Latifolia o coda di gatto comune.

La Tipha, arriva ad essere alta anche 250 cm e le infiorescenze femminili sono formate da migliaia di piccolissimi fiori di colore bruno, circondati da peli, e le spighe cilindriche marroni – a forma di salsiccia – sono lunghe fino a 30 cm.

Oltre che sul perimetro, questa simpatica pianta, dallo stelo lungo e sottile e dalla cima spumosa, forma delle false-isole, agglomerati di piante che sorgono dall’acquae non dal terreno.

Su queste distese d’acqua in trasformazione, su cui il disco dorato del sole, giorno dopo giorno, traccia pazientemente la sua orbita, possiamo osservare facilmente kingfisher(la versione asiatica del nostro Martin Pescatore), La Cicogna bianca, L’Airone bianco maggiore, pappagalli verde brillante che sgranocchiano bocciuoli di frutta secca dai rami degli alberi, il Marabù maggiore asiatico- Leptoptilosdubius, della famiglia delleCiconiidae,l’Anastomo asiatico, i più rari SarusCrane – Grus Antigone in italiano – ed altri volatili di piccole dimensioni.

La Grus Antigone è una grande gru stanziale che vive in alcune zone del subcontinente indiano, nel sud-est asiatico e in Australia.
Quando si erge sulle zampe e distende il collo,raggiunge un’altezza di quasi due metri,rendendosi ben visibile e iconica tra le specie tipiche delle zone umide aperte. È facilmente distinguibile, dalle altre gru, per via delcolore grigiodel piumaggio e per il contrasto con il bel rosso della parte superiore del collo e del capo.
Questo magnifico animale si nutre di radici, tuberi, insetti, crostacei e piccole prede vertebrate.
Come altre gru, il SarusCraneforma legami di coppia duraturi e mantiene gli stessi territori con lo scorrere del tempo,all’interno dei quali svolge esibizioni di corteggiamento costituiti da forti schiamazzi, salti e movenze simili a danze.

Se avremo la fortuna di poterci perdere nella contemplazione di questi rituali, lasciandoci trasportare dalla fantasia, ci potrà capitare di confonderele linee tracciate nell’aria dalla gru – col corpo e con le ali – per sedurre la partner, con la traccia danzante,impressa da una ballerina classica, sul pavimento di un teatro.
E come la ballerina ricerca l’amore del pubblico, donandosi nel corso della performance, la gru, danzando, cerca un partner a cui si affiancherà tutta la vita. Simbolo di fedeltà coniugale in India, si ritiene che languisca la perdita del compagno/compagna fino al punto di lasciarsi morire dalla fame.

C’è una sorta di quiete magica in queste zone lacustri: essendo l’acqua priva di onde, l’atmosfera è sospesa,la delicatezza raffinata degli uccelli acquatici che le popolano aumenta questa sensazione d’irrealtà, poiché con le loro zampe sottili sembrano procedere in punta di piedi, rispettosi del silenzio che li circonda.
La dimensione temporale è come mancante o soffusa, meno percepibile del solito;il vento, insinuandosi delicatamente tra le fronde degli alberi e tra i fasci d’erba,sembra sussurrarci qualcosa – un mistero nascosto ai sensi comuni – proprio come nel Siddhartadi Hermann Hesse, quando il principe, che presto diventerà il Buddha, l’Illuminato, seduto sulla riva del fiume capisce che, senza più la misura del tempo, il passato e il futuro sono sempre presenti,proprio come il fiume che nello stesso momento è là dove lo vediamoma è anche sia alla sorgente che alla foce. L’acqua che ancora deve fluire è il domani, ma è già presente a monte, e quella che già se ne è andata è l’ieri, che però è, appunto, ancora presente a valle.

Attimi fugaci ci permettono di metterci in contatto con “the bright side of the life” – l’aspetto davvero reale dell’esistenza – tuttavia, la nostra dimensione ordinaria, quella in cui siamo immersi, è il tutto passa;
èsinonimo di saggezza comprenderlo, poiché si tratta diuna danza che ci viene suggerito di seguire, quella in trasformazione di tutti gli elementi – le cui impronte sono già state tracciate da qualcunomolto più grande di noi – un coreografo supremo che ha messo in scena il più grande show di tutti i tempi.

Ogni tanto nelle zone umide e acquitrinose un verso rompe il silenzio. Ma è soltanto un attimo; con la puntualità di un metronomo, le zampette degli uccelli continuano a punzecchiare la superficie dell’acqua.

Le ali dell’Airone Bianco Maggiore, come lame morbide, solcano l’aria o per meglio dire l’accarezzano.
Il suo corpo ricorda quello di un pattinatore sul ghiaccio, con la tutina bianca e l’andatura delicata come se stesse sfiorando i tasti di un pianoforte.

E’ un uccello appartenente alla famiglia degli Ardeidi e ha il piumaggio completamente bianco, che non cambia nell’arco dell’anno. Il becco è generalmente giallo e le zampe sono di colore nerastro.
Come tutti gli aironi, però, possiede un abito di nozze che indossa nella stagione riproduttiva: in quel periodo il becco diventa nero e le zampe più gialle fino a diventare quasi rossastre, il piumaggio è più brillante e le piume si estendono come un ventaglio sulla parte inferiore del dorso.

Mentre vola,l’Airone Bianco Maggiore appare molto massiccio e come tutti i suoi simili tiene il collo piegato ad“S”.
Si nutre principalmente in zone umide ed in maniera solitaria – principalmente usando la tecnica del walkingslowly – solo raramente lo si vede cercar cibo in branco. Generalmente mangia pesci, insetti, anfibi e rettili; saltuariamente cattura anche piccoli mammiferi – come roditori – o nidiacei di uccelli.

La Ciconia ciconia, chiamata anche Cicogna bianca o Cicogna europea,
è un uccello appartenente alla famigliaCiconiidae ed è diffuso in Europa, in Africa e in Asia.
Questo volatile è immediatamente riconoscibile per via del suo piumaggio bianco e nero. Le sue zampe, il suo becco e il suo collo sono dotati di una fisionomia elegante e sottile e presenta un piumaggio prevalentemente bianco, con solo le remiganti – piume primarie, secondarie e terziarie – delle ali, nere. Negli esemplari adulti il becco e le zampe sono di colore rosso acceso e, in base all’età, questo colore cambia; nei primi mesi è grigio e negli esemplari giovani si può notare una fase cromatica media, poiché il colore del loro becco è nero.
La Cicogna bianca è il terzo uccello più grande nel genere Ciconiae dalla punta del becco alla punta della coda può arrivare ai centodieci centimetri, con una apertura alare di circa due metri e venti; il suo peso è intorno ai quattro chilogrammi.
In diverse parti del mondo, quando pensiamo ad una cicogna, è difficile che non ci venga in mente la non-solo-disneyana scena del trasportare un neonato. Si pensa che l’origine di questa iconografia sia dovuta al fatto che questo volatile scelga i comignoli dei camini accesi per nidificare, in quanto ovviamente più caldi; e, in epoche più povere, i camini delle case venivano accesi più spesso quando si presentava una nuova nascita.

L’Anastomusoscitans, detto L’Anastomo asiatico, è un uccello della famiglia dei Ciconiidae dell’ordine dei Ciconiiformi.
È una specie stanziale che vive nelle regioni tropicali dell’Asia meridionale, da India e Sri Lanka al Sud-est asiatico.
Con una lunghezza di soli 68 cm, è una delle cicogne più piccole.
Nella stagione degli amori il piumaggio degli adulti è completamente bianco, tranne le copritrici nere, le zampe rosse e il becco grigio-giallastro.
Come indica il nome – Anastomus significa infatti “becco aperto” – i rami del becco non si toccano mai, tranne che all’estremità.
Al di fuori del periodo riproduttivo le sue piume bianche divengono bianco sporco. Gli esemplari più giovani hanno, invece, un piumaggio dai toni marroncini.
L’Anastomo asiatico plana sfruttando le correnti termiche di aria calda e, come tutte le cicogne, quando vola il suo collo è ben disteso. Nidifica nelle aree paludose e costruisce nidi sulla cima degli alberi, dove deporrà dalle due alle sei uova. Questo uccello va alla ricerca di cibo solo quando si trova al suolo e la sua dieta è costituita da molluschi, rane e grossi insetti.

Il Marabùinvece possiede uno stile diverso: le sue ali sono possenti e quasi minacciose. Haun’apertura alare tra le più grandi di tutti gli uccelli terrestri che raggiunge quasi i tre metri.
Ha zampe lunghe e sottili ed un corpo delicato e forte allo stesso tempo; però il suo portamento non è elegante come quello dell’airone, ricorda piuttosto una guardia di frontiera, un asceta o il giocattolo meccanico dello schiaccianoci; infatti Il nome marabù deriva dal francesemarabout, che significa “asceta in meditazione”, che a sua volta viene dall’arabomurābit“guardia di frontiera”.
Purtroppo, si ritiene che, oggi, il Marabù maggiore asiatico sia una specie minacciata dal pericolo di estinzione.
Questo grande volatile raggiunge circa il metro e mezzo di altezza ed un peso che, si presume, vari dai cinque ai nove chili – poiché nessun esemplare selvatico di questa specie è mai stato pesato -, ha il collo e il capo privi di piume e il becco è un grosso cuneo, tipico delle cicogne.
Il marabù mostra invece un volo planato molto elegante e leggero, che contrasta notevolmente con la sua camminata “alla guardia di frontiera”.

Seguendo la rotta di uno di questi uccelli torno in città, alla porta della semplice ma accogliente guest house dove alloggio.
La corrente se ne è andata – succede spesso – ma questo inconveniente non dura molto.Il proprietario mi informa che fino all’anno scorso era molto peggio: spesso la città subiva quattro ore di blackout elettrico al mattino e altrettante la sera.
Questo può aiutarci a capire quanto ancora Lumbini sia a cavallo tra l’era moderna, fatta di turisti, wifi, caffè espresso all’italiana – che sono il primo a ricercare avidamente – pancake, porridge, bancomat, tour organizzati,eun passato che, per fortuna, fino ad ora permane nella quiete e nella semplicità di un luogo che non possiede molte attrattive “tipicamente turistiche”.

La naturale pace dell’ambiente circostante e lasua potente spiritualità,sono il prezioso lascito dell’aver accolto nel grembo della sua terra, duemilacinquecento anni fa,una delle guide spirituali più importantinella storia del nostro pianeta.

 

 

Enchanting Lumbini

Dance of the Water Birds in Nepal’s Countryside

Lumbini- February 2018
It’s the beginning of February and I find myself in the small but welcoming city of Lumbini, which in Nepali means enchanting.

We’re in the Terai plains, about 20 kilometers from the Indian border
that I’ve only just crossed, and 250 km from the capital, Kathmandu.
The climate is significantly cooler with respect to Gandhi’s motherland, but besidesthe first two or three days when there was quite a bit of fog and a temperature such that you could see your breath indoors in a room, now the sun is warming both the earth and spirit, reaching – even though it’s just the beginning of the year – almost zenith at mid-day.Nepal, like India, is located at a high latitude along the equator and just as our daytime star begins to appear, wishing us a
good morning, it’s clear that her electromagnetic influence is decidedly more vigorous here compared to Europe at this time of year.

Lumbini has been a UNESCOWorld Heritage Site since 1997
as it is the birthplace of Prince Siddhartha who became, over a lifetime, someone that liberated himself from his earthly constraints. The word Buddha is the past participle of the Sanskrit “budh” – to gain knowledge, to illuminate- which means, therefore, to awaken.
Siddhartha was also called Tathagata, the one that found Truth.

This city is one of the most sacred places in Nepal and is one of four
most important pilgrimage destinations for Buddhists: this site
represents his birth, Bodhgaya is where his enlightenment took place,
the place of his first speech is Sarnath, and that of his death is Kushinagar; they are all found in India with the exception ofLumbini, and all of these events occurred in contact with nature and beneath the trees.

In the sacred area adjacent to the city, beyond the birthplace of
The Enlightened One, arise numerous temples and monasteries built by all theBuddhist states on the planet. This area was made available by Nepal. An interesting fact is that every temple has been constructed maintaining the different architectural styles of the various nations in which Buddhism is practiced. It’s possible to visit the area by foot, bike, or rickshaw.

On the city’s main road, you can find a smattering of restaurants, right outside just as many guest houses; this area is the stomping groundprimarily of tourists coming from all around the world that switch off with one another, passing on their brief experiences of 2 or 3 days to the next person, then leaving abruptly towardsKathmandhu or Pokhara; it’s true, Lumbini, on a level of attractivenesstypically and superficially touristic, comes up on the low-side, but if you arrive from a trip in India lasting several months, it will likelybe a pleasant surprise to find yourself immersed, in the rural tranquility and in the sacred silence overflowing in this place.

Just outside the tiny heart of the city, an area made upmainly of blooming fields begins, countryside and small clusters ofhouses and shacks, more or less welcoming, built in wood or with recycled materials.

This is the real Lumbini, the part that has not yet been too tarnished by the influence of tourism, a business that has grown substantially in the last few years.

There, life is calm, quiet, of a certain simplicity and disarming poverty with respect to European standards.

The pastures in bloom that encircle the cultivated fields, the farms and the private houses of farmers, are of a beautiful bright green, with yellow long-stemmed flowersthat pop up, heads held high and proud amongst the hefts of grassbelow; they are used to make mustard.
The plant is called Brassica juncea or brown mustard, also known as Chinese mustard: it has a height of 1 to 2 meters and grows in the fields and in wasteland (along roads or rubbish) generally in humid places from 0 to 500 meters above sea level and is originally from North Africa, India, and Central Asia. The seeds that come from them, are mixed with salt, and often with different aromatic herbs and spices, with the intent to create a paste, or sauce which has a color that can fall between bright yellow and dark brown, and with a flavor that spans from sweet to spicy; a peculiar characteristic of these foods, much like horseradish or wasabi.

These marvelous fields are spotted with water holes of differentdimensions that, in this season, are rarely able to become somethingmore; they have a very different look during the monsoon season.
For now, when the sun’s warmth increases and the water’s liquid statehas changed to gas, these timid, tiny mirrors of water leavewetlandsin their place, that in some cases become small marshes; and as if wanting to enclose the perimeter, on the edges of this areawe find the plant called TyphaLatifoliaor cattail.

Typha can grow up to 250cm and the female inflorescenceare formed by millions of tiny brown flowers, surrounded
by hairs and the cigar-like cylindrical brown heads can be as long as 30cm.

In addition to the perimeter, this lovely plant, with its long stem andspongy tip, forms fake islands, little patches of plants that pop out of the water and not the land.

On these stretches of water in transformation, upon which the golden disc of the sun, day after day, patiently traces its orbit, we can easilyobserve the kingfisher (the Asian version of the Italian Martin Pescatore), the Great egret, White stork,
brilliant green parrots thatmunch on the buds of dried fruit from branches of the trees, theThe Greater adjutant-Leptoptilosdubius, of the Ciconiidae family, the Asian openbill, the even rarer Sarus Crane, and other birds of smaller dimensions.

The Sarus Crane is a large, non-migratory crane that lives in some areas of Sub continental India, in Southeast Asia, and in Australia.
When it stands on its legs and elongates its neck, it reaches a height of
almost 2 meters, making it prominent and iconic amongst the typical species of the open wetlands. It’s easily distinguishable from other cranes, tankto the gray color of its plumage and for the contrast with its beautiful red colors on the upper part of its neck and head.
This magnificent animal feeds on roots, tubers, insects, crustaceans, and small vertebrates. Like other cranes, the Sarus Crane mates for life and maintains the same territories overtime, within which they perform courtship rituals which involve loud noises, jumps, and movements similar to a dance.

If we happen to be lucky enough to be able to lose ourselves in the contemplation of theserituals, letting our thoughts be guided by imagination, we might confuse the lines traced in the air by the crane – with its body and wings – to seduce its partner, with a dancer’s steps, impressed upon the floor of a stage by a classical ballerina.
And like a ballerina searches for the love of the public, giving her all in the courseof a performance, the crane, dancing, searches for a partner with whom he will stay besidefor a lifetime. Symbol of marital fidelity in India, it is said that a crane will mourn the loss of its other halfto the point of its own death from starvation.

There is a sort of silent magic in these lacustrine areas: being that the wateris free of waves, the atmosphere is suspended, the refined finesse of the water birdsthat populate them adds to this sensation of unreality, given thatwith their fine feet, they seem to walk about on their tippy-toes, respecting the silence that surrounds them.
It’s as if the dimension of time is missing or subdued, less perceptiblethan usual; the wind, weaving delicately between the leaves of the trees and between thebundles, seems like its whispering something to us – a mystery hidden from ordinary senses- exactly like the Siddhartha of Hermann Hesse, when theprince, that soon would become Buddha the Enlightened, sitting along the river’s edge understands that, without
the measure of time, the past and the futureare always present, just like the river that at the same moment is there where we see it but is also both at the source and the mouth. The water thatstill needs to flow is the Tomorrow, but it is already present upstream, and that which has already gone is the Yesterday, that however, is actually still present downstream.

Fleeting moments that allow us to get in contact with “the bright side of
life”- the truly real aspect of existence – nonetheless, our ordinary dimension, the one in which we are immersed, is all things pass;it’s a synonym of wisdom to understand it as it involves a dance that we are urged to follow, that which is in transformation of all the elements-on which footprints have already been traced by someone much bigger than us- a supreme choreography that showcases that greatest show of all time.

Every now and then, in the wet, marshland, a sound breaks the silence.
But it’s just a mere moment; with the punctuality of a metronome, the tiny feet of birds continue to prance over the surface of the water.

The wings of the Great White Heron, like soft blades, cut through the air, or perhaps I should say – caress it.It’s body brings to mind that of an ice-skater, with a white leotard and a delicate gait as if grazing the keys of a piano.

This bird belongs to the Ardeidi family and it has plumage that is completely white, it does not change throughout the year. Its beak is
generally yellow and blackish legs.
Like all herons though, they possess an outfit fit for a wedding that they wearduring the mating season: during this period, their beaks become black and their legs such an intense yellow that they almost seem red, their plumage becomes shinier andtheir feathers extend outwards like a fan on the lower part of their backs.

While it flies, the Great White Heron appears massive and like all herons, keeps its neck bent into an S-shape.
They feed primarily in wetlands and in a solitary manner- using a slow walking technique- it’s rare that you see one search for food in a group.
Generally, the heron eats fish, insects, amphibians andreptiles; occasionally they catch small mammals such as rodents or baby birds.

The Ciconiaciconia, also called the White stork or European stork, is a bird belonging to the Ciconiidae family and is found throughout Europe, in Africa and in Asia.
This avian species is immediately recognizable due to its black and white plumage. Its feet, beak and neck are endowed with an elegant and slender appearance. It presents with primarily white feathers with only the primary, secondary, and tertiary coverts being black. In adults, the beak and the feet are a bright red and, based on their age, the color changes; in the first months, it’s gray and on young birds you can notice a chromatic middle phase since the color of their beaks is black.
The White stork is the third biggest bird in the genus Ciconia and from the tip of their beaks to the tip of their tails, these birds can reach 110cm with a wingspan of 2.2 meters; its weight is around 4 kilograms.
In different parts of the world, when we think about a stork, the Disney-esque scene of it carrying a newborn baby is what usually comes to mind. It’s thought that the origin of this iconography is due to the fact that this bird chooses chimney stacks as the place to build its nests seeing as they are obviously warmer;and, in the past, the chimneys of houses were more active in the presence of a birth when a newborn would be in the home.

The Anastomusoscitans, called the Asian openbill, is a bird from the Ciconiidae family and in the order of Ciconiiformi. It’s a non-migratory species of bird that lives in the tropical regions of central Asia, from India and Sri Lanka to Southeast Asia. With a length of only 68cm, it’s one of the smallest storks.During mating season, the feathers of the adults turn completely white except for their black coverts, red legs, and greyish-yellow beak.Like their name indicates- Anastomus means “open bill” – the two parts oftheir bills never touch with the exception of at the very tip.Outside of the reproductive period, their white feathers becomea dirty white color. Instead, the younger ones have plumage that is varying tones of brown.
The Asian openbillglides by taking advantage of the warm currents of air and, like all storks, fly with their necks extended. They buildnests in marshy areas on top of trees where the mother will lay anywhere from two to six eggs. This bird searches for food only whenit finds itself on the ground and its diet is mainly made up of mollusks, frogs, and large insects.

The Greater adjutant, on the other hand, has a different style: its wings are powerful andalmostthreatening. It has one of the largest wingspans of all flightless birds, reaching almost three meters.
It has long, thin legs and a body that is both delicate and strong at the same time;however its posture is not as elegant at the heron’s, it brings to minda border guard, an ascetic or a toy nutcracker;in fact, the name marabou comes from the French marabout, which means “ascetic in meditation” that in turn comes from the Arabicmurābit“borderguard”.
Unfortunately today, the Greater adjutant is considered to be at risk of extinction.
This large avian variety reaches around a meter and a half in height and has aweight that varies from five to nine kilograms, it has a featherless neck and head andits beak is a like a large wedge-shape, typical of storks. The marabou has a very elegant and light gliding manner which notablycontrasts with the way it walks in the style of a guard.

Following the route of one these birds, I return to the city, to the door
of the simple but welcoming guest house where I’m staying.
The electricity isn’t working – it happens often – but this inconvenience
doesn’t last long. The owner comes to inform me that until last year it was much worse: often the city experienced blackouts that would last four hours in both the mornings and evenings.
This might help us understand how much Lumbini is straddled between the modernera, made of tourists, Wi-Fi, Italian espresso – and I’m the first to greedily seek them out – pancakes, porridge, ATMs, organized tours, and a past that fortunately, until now, lingers in the stillness and in the simplicity of a place that doesn’t have much “touristic appeal”.

The natural peace of the surroundings and its powerful spirituality,
where two thousand fifty-five years ago, the land cradled one of our planet’s most important spiritual guides. This is its most precious legacy.

Lorenzo Zelaschi – february 2018