Lorenzo Zelaschi
Photography

Category: Journal

Le donne del Nepal, una forza dormiente

Testo e Foto di Lorenzo Zelaschi

Le donne nepalesi mi fanno venire in mente gli elefanti. Questi splendidi animali dagli occhi dolci come mandorle, si lasciano addomesticare, dimentichi della loro forza; e per tutta la vita saranno fedeli al mahout – colui che si occupa della loro gestione – smarrendo la consapevolezza di quanto poco sforzo servirebbe loro per infrangere le catene che li separano dall’autonomia. Si tratta di una scelta – seppur inconsapevole, a volte – da parte dell’elefante e della Donna, di lasciarsi ammansire; riponendo nel profondo di loro stessi ciò che li collega alla loro potenza e quindi alla loro autogestione. Anche se questo comporta una responsabilità da portare: delegare ad altri la propria libertà.

Se siamo turisti in cerca di trekking da sogno, venuti in Nepal per trovare quella piacevole atmosfera chill out – shanti, come si direbbe in India –, sarà ovviamente difficile entrare in profondità e captare quel che è celato dietro i muri delle case di adobe dei villaggi rurali o in una qualsiasi abitazione della medio borghesia di città come Pokhara o Kathmandu.
Nemmeno io, che vivo qui da tre mesi, posso dire di avere una visione profonda di ciò che è la vita delle Donne qui e ora. Tutt’al più possiamo constatare come si svolgono le loro giornate nei vari strati sociali, ma sarà difficile prendere consapevolezza di quel che davvero una Donna nepalese prova. Forse neanche loro riescono a leggersi dentro con chiarezza, in quanto molte, probabilmente, non hanno mai vissuto o non conoscono una situazione differente.
La società del Nepal è di stampo patriarcale; le Donne, qui, hanno ruoli subordinati agli uomini in molti aspetti della vita e transitano dall’autorità del padre a quella del marito. Nonostante alcune differenze: nelle comunità tibeto-nepalesi la condizione della Donna è migliore di quella dei gruppi etnici Pahari, Newari e Tharu.
Persino nell’ottenere la cittadinanza la Donna ha bisogno dell’autorizzazione del padre o del marito. Una volta sposata – a volte con la forza e minorenne – una Donna sola non può tornare dai suoi genitori perché deve restare al fianco del marito – anche solo per questioni di tipo economico – ed ubbidirgli. Perché sì, il matrimonio rende una Donna di proprietà del marito e della sua famiglia. Le cose non migliorano se la Donna rimane vedova, perché considerata una reietta e per questo perseguitata. Secondo alcuni studi, il 99% degli uomini ritengono che le donne debbano obbedire loro, e il 66% delle ragazze e delle donne nepalesi si dichiarano vittime di violenze fisiche, verbali, di aggressioni o di molestie sessuali. La condizione femminile, per sua stessa natura, è considerata impura e – soprattutto nei villaggi rurali – durante il ciclo mestruale può succedere che le donne vengano isolate per trascorrere le giornate in capanne, alcune di queste prive di qualsiasi comfort. La legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza, nel 2010, ha fatto sì che iniziasse a verificarsi l’aborto selettivo delle figlie femmine. Se non bastasse, ad ulteriore conferma della supremazia dell’uomo, pare che solo un figlio di sesso maschile possa garantire l’accesso al paradiso ai suoi genitori.

Senza dubbio, l’aura di patriarcato – in Nepal come anche nella vicina India – si respira, si vede e volendo si tocca con mano. E’ inevitabile che, qui, le Donne non abbiano vita facile sotto quest’aspetto. Ma cosa significa davvero avere vita facile per una Donna?
Generalmente, si demonizza troppo la condizione di vita semplice, definendola arretratezza, e dimenticando che anche il progresso cela i suoi lati oscuri. Anche in paesi più evoluti può esistere un tipo di violenza meno fisica e più psicologica (e quindi, anche più difficile da individuare) che si perpetua durante l’arco di tutta una vita – silenziosamente – e può essere nascosta da una maschera, molte volte inconsapevole, di agiatezza economica e corsa al successo.
Nonostante tutto e tra tutte le difficoltà che può rappresentare la vita in Nepal per una Donna, è un punto di forza – a parer mio – la solidità del nucleo familiare e del calore umano al suo interno.
In Nepal la famiglia viene messa al primo posto, i figli piccoli trascorrono molto tempo tra le braccia del calore materno. E il cuore di una madre credo sia felice di questo, ma capisco anche la sua necessità di indipendenza e realizzazione personale. Tuttavia credo che la Donna, per inseguire questo obiettivo non debba scimmiottare l’uomo e fare le sue veci. Non dovrebbero entrambi scambiarsi di posto. Perché è la femminilità – nel senso più vero e profondo del termine – la vera Forza della Donna. E la sensibilità, di cui le Donne sono generalmente dotate più degli uomini, può essere tra gli strumenti più utili e potenti. Sono convinto che le Donne di questo bellissimo Stato alle pendici dell’Himalaya, possiedano un animo forte e un grande cuore, oltre ad essere dotate di una raffinata bellezza; si può leggere nei loro sguardi, così dolci e al contempo incredibilmente determinati. Se solo si rendessero conto della loro forza! Ma forse il processo cognitivo, anche se lento, è già in atto. Una ragazza nepalese di diciotto anni mi ha detto: “Quando troverò un ragazzo o un marito – se lui mi darà il permesso – mi piacerebbe iniziare a portare delle gonne un po’ più corte” intendeva all’altezza delle ginocchia, in quanto solitamente le porta lunghe fino a piedi “perché vorrei essere bella ma solo per lui, e far sì che voglia sempre me e non desideri nessun’altra.”. E’ vero che la Donna in Nepal subisce una disparità nei confronti dell’uomo, ed è pur vero che soffre di questo; ma i tempi stanno cambiando rapidamente e l’abitudine a certe usanze denigranti diviene sempre più elastica col passare degli anni.”

The Women of Nepal: A Hidden Strength

Text and photography by Lorenzo Zelaschi

When I think of Nepalese women, the first thing that comes to mind are elephants. The splendid animals with sweet, almond-like eyes that allow themselves to be domesticated, their own strength forgotten. For their entire lives, they remain loyal to their mahout- their trainer and keeper, completely forgetting how little effort is needed to free themselves from the chains that separate them from complete independence and autonomy.

It’s about a choice, albeit unconscious at times –  by both elephants and women, to let themselves be appeased; burying deep within themselves that which connects them to their power and therefore to their own destinies. This brings about a certain responsibility to bear: the delegation of their freedom to others.

If we are tourists in search of world-class trekking, coming to Nepal to enjoy the pleasurable, chilled-out atmosphere- shanti, as they call it in India-it would obviously be difficult to dig deeper and truly pick up on what is concealed behind the walls of the houses in rural villages or in almost any dwelling in middle-class cities like Pokhara or Kathmandu.

Not even I, having lived here three months, can claim to have had a profound vision of what life is like for women here and now. At most, we can observe how they go about their days in various social layers but it’s difficult to truly understand how a Nepalese woman feels in her core. Maybe not even the women themselves can identify this with clarity given that they have most likely never lived or never known a different situation. Nepal’s society is of a patriarchal kind; women have subordinate roles under men in many aspects of life and authority is left to fathers and to husbands. Despite some differences: in the Tibetan-Nepalese community, the condition of women is better than that of the Pahari, Newari and Tharu ethnic groups.

Even in obtaining citizenship, women are required to ask for permission from their father or husband. Once married-at times with force and underage-a woman can no longer return to her parents because she must stay at her husband’s sidefor economic reasons, as well as to show obedience. As can be deduced, marriage makes a woman property of her husband and of his family. Things don’t improve if the woman becomes a widow because as such, she is considered an outcast and consequently harassed, becoming a victim to Nepal’s societal structure.  According to some studies, 99% of men agree that women must obey them and 66% of girls and women from Nepal claim to be victims of physical violence, verbal violence, aggression, or sexual molestation. The female condition, by its own nature, is considered impure and, especially in the rural villages, during their menstrual cycle, women are left isolated in huts to spend their days in isolation, some of these without even the most basic comforts. The legalization of voluntary interruption of pregnancy in 2010 has meant that people have started to selectively abort female babies. As if this weren’t enough, as a final nod to the supremacy of men, it seems that only male children can guarantee a parent’s entrance to heaven.

Without a doubt, the atmosphere of patriarchy-in Nepal like nearby India- can be seen, read, and if you want, you can even touch it with a hand. It’s inevitable that here, women don’t have an easy life. But what does it really mean to have an easy life for a woman? Generally, we look too critically upon the conditions of a simple life, defining it as primitive and forgetting that progress hides its own dark side. Even in countries that are more “evolved”, there exists a type of violence that is less physical and more psychological and therefore also more difficult to see or notice, that perpetuates during the arc of an entire lifetime-silently- it can also be hidden by a mask, many times unknowingly, by the comfort of economic security and the daily rat race. Notwithstanding all of this, among all the difficulties that can represent life in Nepal for a woman, in my opinion, the solidarity of the nuclear family and the human warmthwithinit is a point of strength. In Nepal, the family comes first, small children spend most of their time cradled in the arms of maternal comfort. And I feel that this makes the heart of any mother content,  although I also understand her need for independence and self-actualization. All of this aside, I believe that in order to pursue this goal, women shouldn’t have to mimicmen or stand in for them. Men and women shouldn’t have to exchange places with each other because it is femininity, in the purest and most profound sense of the word, that is the true force and strength of women. It is sensitivity, of which women are generally more gifted with than men, that can be one of their most useful and powerful tools. I am convinced that women in this beautiful country at the foot of the Himalayas, possess a warrior’s soul with a huge heart, in addition to being blessed with refined beauty; you can read in it their faces, in their eyes, that are both sweet and at the same time incredibly determined. If only they could realize how much strength they have!

But maybe the thought process, even if slow, is already in progress. An 18-year-old Nepalese girl once told me: “When I find a boyfriend or a husband, if he gives me permission, I would like to start wearing shorter skirts,” she was intending knee-height since she usually wears floor-length skirts, “…because I would like to be beautiful but for him alone, so that he doesn’t desire anyone else except me.”. It’s true that women in Nepal are subjected to inequality with regards to men and it’s also true that they sufferimmensely because of this; but the times are rapidly changing and the habits of denigrating women are continually becoming less rigidwith the passing of the years.

L’Amore come una splendida linea curva

L’Amore è una splendida linea curva che gira intorno a tutti noi, con la forza di una madre e la delicatezza di un’amante.

Anche se spesso ce ne dimentichiamo, siamo sempre immersi nella sua orbita; anche quando odiamo e soffriamo, siamo sempre alla ricerca di amore. E nessun evento, civiltà o pensiero potrà mai fermare la sua danza, perché essa è perenne più della neve d’alta quota e l’infrangersi delle onde dell’oceano.

L’amore possiede una profonda e indescrivibile realtà non-duale; e grazie a questa trascendenza, applicando l’amore nella nostra vita, possiamo risolverne tutte le equazioni.

L’amore è la formula perfetta ricercata dai matematici, la pietra filosofale degli alchimisti, la “ElDorado” degli archeologi e le proporzioni divine applicate dagli artisti. Anche Marco Polo, se fu sincero con sé stesso, e segui quanto il suo cuore gli suggeriva, andò cercando l’amore per le rotte del suo viaggio, in quanto, le strade per la felicità e la realizzazione, conducono all’amore.
In ugual modo, anche se apparentemente al contrario, anche un tossico ricerca l’amore; solo che lo sta cercando nel modo sbagliato.

La Natura, invece, è maestra nell’amore, è la sua manifestazione più diretta: quando un fiore sboccia, per mezzo del suo profumo, del suo polline e dei suoi colori, dona il suo amore all’esistenza; e quando un albero protende i suoi rami verso il cielo, grazie al miracolo della fotosintesi, si innalza una preghiera silenziosa.

Poiché non esiste una effettiva separazione tra noi stessi e tutto ciò che ci circonda, è costantemente in atto una relazione d’amore nel dare e ricevere; in quanto, anche la morte è un atto d’amore. É il soffio rinnovatore dell’esistenza, e morendo, amiamo, doniamo il nostro corpo per l’eterna trasformazione di tutte le cose.

Il Piccolo (Grande) Infinito che risiede dentro di Noi

Siamo affascinati dalla Natura, perché ad un livello profondo sappiamo – anche se non ne siamo completamente consapevoli – di essere parte di Lei.
E questo messaggio arriva alla nostra coscienza tramite la bellezza di un tramonto, il paesaggio visto dal finestrino dell’aereo o la furia di una tempesta. E’ come un’eco lontana, soffusa – però sempre presente – che con un sussurro ci ricorda che l’immensità, siamo noi; che le nostre origini sono molto più remote di quello che pensiamo, e le nostre radici molto più profonde di quello che vediamo.

Mentre nella mia mente – perfettamente in equilibrio con i battiti del mio cuore, in quel momento – si formano tali pensieri, mi trovo su uno dei ghat di Varanasi, chiamato Assi Ghat; quello più tranquillo e contemplativo, con una quantità inferiore di persone rispetto agli altri più trafficati.

É stupefacente come in India sia – ovviamente – radicata la pratica della meditazione: sotto un albero di Nim, di fronte al Gange – qui chiamato Madre Ganga – un gruppo di persone, sedute le une accanto alle altre, con gli occhi chiusi e in silenzio, si concentrano sulla respirazione, creando un’atmosfera di pace e armonia attorno a loro; o almeno si sforzano di farlo. La tecnica è chiamata Vipassana, e nacque, appunto in questa parte di mondo, duemilacinquecento anni fa.

L’aria entra ed esce dai nostri polmoni – come le onde dell’oceano si infrangono sulla terraferma, seguite poi dal movimento di risacca – per tutte le ore delle nostre giornate… per tutta la durata della nostra vita.

Gli hindu credono che la respirazione sia ciò che più di tutto ci connette alle nostre origini, alla Sorgente Divina da cui tutti proveniamo e – parafrasando un pochino Pablo Neruda – al Piccolo (Grande) Infinito che risiede dentro di noi.

Ad ogni respiro abbracciamo tutto ciò che ci circonda, unendoci ancora una volta –di nuovo per un gonfiarsi di cassa toracica – all’eterna danza di tutte le cose; ora con consapevolezza.

Questa è la Meditazione.

Con i piedi nella sabbia

Mi trovo a qualche chilometro da Kesardesar, una minuscola frazione a qualche decina di km da Bikaner, nel deserto del Rajasthan, o deserto del Thar, India. Io e la mia guida ci siamo arrivati a dorso di cammello.

L’ambiente naturale mi ricorda molto il sud dell’Andalusia: il terreno è sabbioso, ma qua e là si trovano degli arbusti che, quando seccano, vengono usati dalla gente del posto per fare il fuoco. Ogni tanto si scorge anche qualche albero, utile ad esseri umani ed animali che vogliono godere di un po’ d’ombra.

Mentre stiamo per varcare la soglia dell’arido terreno della casa, Babhu mi informa che qui fino a dieci anni fa non c’era l’elettricità e i campi venivano coltivati con l’aratro. Ora si utilizza il trattore e nella minuscola casa, realizzata in cemento e circondata dal deserto, c’è addirittura una presa per caricare il cellulare; una per tutta la famiglia.

L’elettricità è prodotta da un cubo di metallo di 1×1×1 metri che emana un piacevole tepore e che riscalda la minuscola stanza dove viene spesso messa a sonnecchiare, di sera, la loro bimba piccola.

Ceno in quella stanza, seduto per terra con Babhu e con Anita, la figlia primogenita di 22 anni, che va e viene, occupata nell’atto di dispensare chai (il thé) a tutti i braccianti assetati e un po’ infreddoliti.

Mi viene generosamente lasciato il posto d’onore, in quanto ospite; quello infatti è l’unico posto caldo della casa.

Il figlio più giovane Rham, di diciotto anni, è appena riuscito, grazie a molti sacrifici, a comprare uno smartphone di una marca economica; è davvero un oggetto di culto per lui e, dopo che ci siamo scambiati i numeri, mi chiama spesso durante la giornata con WhatsApp. Rham parla poche parole di inglese (è colui che lo parla di più in tutta la famiglia) e per ora, di certo, non riusciamo a comunicare bene perché il mio hindi è allo stesso livello; ma rimane una cosa interessante poiché, ad esperienza finita, le sue videochiamate mi mostrano nuovamente il panorama del deserto.

Anche Anita è molto attratta da quest’oggetto moderno, che spesso è nella mia mano per via delle fotografie, e quando le mostro un video di Ludovico Einaudi su YouTube, i suoi occhi si illuminano nel vedere la chitarra acustica di uno degli elementi del gruppo; ma poi scopro, con mio grande stupore, che non conosce il pianoforte; non ne aveva mai visto uno e non sa cosa sia…

Tutto ciò mi riporta alla mente la fiaba della Sirenetta: lei osserva, incantata, e piena di meraviglia le cose più semplici che appartengono al mondo sopra-marino, e che per noi sono ormai scontate e banali. E forse è proprio questa qualità, che di Anita e del posto dove vive, colpisce il cuore; è la stessa purezza che ci riporta alla realtà delle cose importanti, sintonizzandoci istantaneamente con la linfa del mondo quando riusciamo a scorgere il miracolo della vita intorno a noi.

E se è vero che, qui, l’energia elettrica dieci anni fa è arrivata, la sensazione resta comunque quella di salire sulla macchina del tempo.

Il capofamiglia è vedovo e si è risposato; e la bimba piccola, che vedete nelle fotografie, è della nuova moglie, ma viene comunque teneramente accudita da tutti gli elementi  della famiglia.

Qui le giornate si svolgono tutte assolutamente sotto il sole, che ora in novembre dona una piacevole temperatura massima di 28/30 gradi, per poi scendere di notte intorno ai 10. Ad agosto la temperatura varia da 35 a 50!

Ma quello che conta qui, è quanto si inoltra silenziosamente nel cuore con lo stesso calore del sole di mezzogiorno, è la connessione, senza fronzoli, con tutto ciò che di naturale sta attorno alla casa; la semplicità  diventa sinonimo di purezza, e viene da sperare che la presa elettrica per caricare il cellulare rimanga l’unica in casa negli anni a venire.

Le stoviglie si lavano rigorosamente​ con la sabbia – non poi così strano se si pensa che fino al dopoguerra le nostre nonne, in Italia, facevano lo stesso con la cenere.

L’attività di famiglia è la coltivazione delle noccioline; Anita le cuoce sul fornello di primo mattino, in una padella, per far colazione insieme al chai. Il loro sapore è stupefacente perché sono fresche, nulla a che vedere con il prodotto confezionato.

Dormo sotto le stelle, sulle tipiche brande intrecciate chiamate charpoy, con i braccianti che ogni giorno e ogni notte vengono a lavorare per la famiglia nei campi. Ora è freddo, e il trattore come una formica operosa continua a mordere il terreno per tutta la notte, poiché i lavoratori si danno il cambio; e l’atmosfera è magica e sospesa per via della finissima sabbia che si solleva e che pervade l’aria.

Anita è promessa in moglie e il suo matrimonio avrà luogo a breve, ma come la più dolce delle partner o la più premurosa delle sorelle, alle sei di mattina, prima di iniziare la mungitura di una delle due loro mucche, si avvicina alla mia branda per rimboccarmi con un’altra coperta.

La fauna attorno alla casa è composta da cammelli, piccole antilopi, volpi, conigli, coyote e blu bull, chiamati anche nilgai, una specie di grosso cervo con corna corte, simili a quelle di un camoscio. Inoltre qui vivono anche avvoltoi, poiane e falchi.

L’ambiente naturale circostante, privo in questa zona di spazzatura, mi dona molto benessere (scrivo così perché in India è un flagello, e purtroppo, da quando arrivò la plastica intorno agli anni ’50, gli indiani non hanno ancora imparato – o stanno iniziando ora – a smaltirla).

E poco importa se la vita qui nel deserto è povera, poiché nonostante ciò è pulita.

Certo, i piedi vivono tutto il giorno nella sabbia, ma la natura, che qui è una compagna costante, durante le giornate pulisce l’anima e il cuore grazie allo scintillare delle stelle di notte e delle gocce di sudore di giorno.

Lavoro un po’ con la famiglia nei campi per radunare erbacce destinate ad un falò; questa semplice attività è intervallata da qualche chiacchiera (o nel mio caso solo da qualche sorriso) e da qualche bidi, le sigarette indiane più economiche e più naturali, realizzate rollando il tabacco con pezzi di foglie di banano.

La partenza è fissata per le 11.30;

me ne andrò sempre a dorso di cammello.

Il mio è una femmina e al collo ha una sottile bardatura che sembra una collana. Babhu mi accompagnerà anche questa volta.

La mattina sta terminando e mi accingo a salutare tutti, compresa la bimba che all’inizio quando mi vedeva piangeva, ora grazie a qualche carezza, qualche nocciolina, e al mio sacco a pelo, che nelle ultime ore è diventato per lei un divertente giocattolo, sorride.

Vorrei dire molto, soprattutto ad Anita, ma in casi come questi bastano i cuori, le emozioni e gli sguardi per esprimerle.

Lorenzo Zelaschi – novembre 2017 – Kesardesar, Rajasthan, India.